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Ddl delocalizzazioni, il no Rsu e giuristi. Sei mesi di assemblea permanente alla ormai ex Gkn

'Si prospettano mesi di ammortizzatore in attesa di chissà quale nuovo soggetto industriale'

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giovedì 13 gennaio 2022 19:29

Si è tenuta ieri al Senato l’evento di presentazione del Ddl AS 2335 in tema di delocalizzazioni in cui sono intervenuti anche la Viceministra allo Sviluppo economico Alessandra Todde e il Ministro degli esteri Luigi Di Maio.


Per l’Rsu Gkn è una bocciatura. "Si continua a ribadire con questo nuovo ddl ciò che abbiamo già capito: lo Stato e il Governo di questo paese non hanno nessuna intenzione seria di dotarsi di strumenti per una reale politica industriale. Ancora una volta siamo di fronte a un disegno di legge che si muove tra incentivi alle aziende non realmente monitorati e proceduralizzazione delle delocalizzazioni. Il concetto secondo cui porre dei vincoli alle aziende non serve di per sé o, peggio, le fa scappare è ormai vetusto. Così come è vetusto, vecchio, superato continuare a illudersi che gli incentivi a babbo morto alle aziende impediscano i licenziamenti. Sono le ricette di 40 anni di impoverimento salariale, professionale e anche industriale di questo paese".


"Diciamola tutta: l'idea che quando una multinazionale o un fondo finanziario devastino il territorio, lo Stato possa intervenire mettendo in sicurezza il valore aggiunto e le professionalità, è qualcosa che non volete e che non vi interessa. Guardiamo alla situazione di Gkn. Qua un privato è arrivato e ha sottratto lo stabilimento al fondo finanziario. Perché non lo poteva fare lo Stato? E naturalmente il privato che arriva qua non è che non userà fondi pubblici: avrà bisogno di soldi della comunità, degli ammortizzatori sociali. E magari poi del Pnrr, e magari poi di corsi per la formazione pubblici. Insomma, i soldi pubblici ci sono, ma la politica industriale pubblica no. E si vede: ricordiamo infatti che Gkn non tornerà mai più a produrre semiassi. Decenni di storia industriale cancellati da un fondo finanziario. Le macchine saranno probabilmente lentamente delocalizzate insieme a tutte le nostre competenze. E qua ci si prospettano mesi e mesi di ammortizzatore in attesa di chissà quale nuovo soggetto industriale. Mesi in cui ovviamente - e forse qualcuno ci spera anche - la comunità della fabbrica risulterà logorata e dispersa, con posti di lavoro bruciati. Questa è una vertenza che "ha vinto". Immaginatevi voi una che non ha vinto”.


Secondo Marzia Pirone, giurista del Telefono Rosso: “Questo testo non tutela né il tessuto produttivo né i livelli occupazionali perché si basa sulla disincentivazione alla delocalizzazione tramite la previsione di aiuti di stato vincolati a adempimenti risibili. La violazione degli impegni presi dall’azienda non è, inoltre, sorretta da un sistema sanzionatorio fortemente dissuasivo. Questo quadro normativo, già di scarso impatto, è ulteriormente impoverito dalla definizione di “delocalizzazione”, con cui il testo in commento intende il trasferimento all’estero delle sole aziende che hanno subito una riduzione die livelli produttivi e, conseguentemente, occupazionali. Di conseguenza, non incide sullo spostamento all’estero della produzione di aziende sane, che dovrebbero, invece, rimanere sul territorio. Inoltre, manca del tutto la previsione di un monitoraggio da parte dello stato dell'effettivo utilizzo degli aiuti economici e della strategia produttiva ad essi collegata”.


Danilo Conte dei Giuristi Democratici aggiunge: “il disegno di legge presentato questa mattina al senato suscita molte perplessità ed anche un certo stupore. Che su questo tema dopo tutti questi mesi di dibattito anche normativo, dopo un emendamento assolutamente inefficace presentato dal governo ed approvato, dopo il deposito di un disegno di legge elaborato dal collettivo di fabbrica, la politica elabori una proposta di legge così povera di contenuti e così intrinsecamente inutile, è un segno ulteriore della distanza tra il palazzo ed il paese reale. La domanda che sorge subito dopo aver letto la proposta di legge è: se questo testo fosse vigente il fondo Melrose avrebbe potuto intimare comunque i licenziamenti? La risposta è sì. La politica rinuncia ad un vero governo dell'economia ed accetta un ruolo secondario e gregario. Siamo ancora al livello di premi ed incentivi per chi, bontà sua, non sposta la produzione all'estero. O al massimo (come nel caso dell’emendamento governativo) alla previsione di una ininfluente sanzione economica. Vi sono poi altre perplessità anche più tecniche, la definizione molto restrittiva di delocalizzazione che la proposta prevede all’art. 1, l'assenza di qualsiasi ruolo di monitoraggio da parte dello stato sull’utilizzo degli incentivi di imposta. Riteniamo che se la politica intende affrontare seriamente il tema non può sottrarsi da un serio confronto con la proposta di legge del collettivo Gkn.”

 

E intanto sono passati sei mesi da quel 9 luglio, in cui i lavoratori Gkn hanno ricevuto la notizia del licenziamento collettivo. 

 

"Sei mesi di assemblea permanente. Il 9 luglio picchiava il sole, oggi nevica nella maggioranza della provincia. Eravamo tra le prime vittime dello sblocco dei licenziamenti per fine emergenza pandemica. E oggi, come beffa tra le beffe, siamo circondati ovunque da positivi. Eppure, con tamponi e tracciamento a carico del presidio, andiamo avanti. Continua l'assemblea permanente perché ancora nulla è stato firmato o concordato con noi. Abbiamo sconfitto i licenziamenti in tronco ma rischiamo di morire per lenta agonia. In questi sei mesi, ne abbiamo scansate tante. Il pietismo, il disfattismo, il rischio di cedere per paura, di perdere la dignità. E oggi, forse, siamo in un nuovo calcolo: raccontare al paese che noi abbiamo vinto, mentre il paese continua a colare a picco. Non c'è fabbrica salva in un paese che non lo è", scrive il Collettivo di fabbrica.

 

"Il nostro "Insorgiamo" in questi sei mesi è stato molto di più di quanto era lecito aspettarsi, molto meno di quanto sarebbe necessario per cambiare realmente i rapporti di forza. Ma come allora noi non ragioniamo in termini di vittoria o sconfitta, ma solo di ciò che è giusto dire, di ciò che è giusto fare. Consapevoli che non dipende tutto da noi, ma dipende da noi tutti. Per questo, come sei mesi fa, non sappiamo se questo nostro grido, vi arriverà: tenetevi liberi per marzo".

 

 

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