Collodi, il fiorentino che non voleva essere il babbo di Pinocchio
Dalla satira ai giornali fiorentini fino alla fiaba che non voleva scrivere
martedì 20 novembre 2018 10:32
Carlo Lorenzini, per tutti Collodi, non nasce per scrivere fiabe: ci arriva quasi per caso.
Nasce a Firenze nel 1826. Prima di diventare l’autore del burattino più famoso del mondo, è un giornalista dal tratto rapido, ironico, satirico: una voce fiorentina. Lo pseudonimo lo sceglie dal paese d’origine della madre, dove da bambino trascorre lunghi periodi nella casa della famiglia presso cui i genitori lavorano. È lì che osserva la vita del borgo che gli rimarrà addosso per sempre.
Quando nel 1881 l’editore gli propone di scrivere una storia per ragazzi, Collodi accetta, ma senza entusiasmo. Nelle lettere che conosciamo definisce quel lavoro una 'bambinata', lasciando intuire che non lo considera un passo centrale nella sua carriera. I primi capitoli escono sul 'Giornale per i bambini' e la chiusura del primo ciclo è sorprendente: Pinocchio muore impiccato. Una scelta netta, coerente con la sua scrittura diretta e poco incline ai finali accomodanti.
A cambiare il destino del racconto è il pubblico. I lettori protestano, chiedono un seguito, vogliono sapere che fine farà il burattino. Collodi torna così al manoscritto: impiegherà quasi due anni per completare la seconda parte, quella che condurrà Pinocchio alla celebre trasformazione in un bambino vero.
Da lì, la storia prende il largo. I diritti d’autore scadono nel 1940, cinquant’anni dopo la morte dell’autore, e l’opera entra nel dominio pubblico. Il risultato è una diffusione senza precedenti: ristampe ovunque, adattamenti, edizioni scolastiche. Le stime della Fondazione Nazionale Carlo Collodi, basate su dati UNESCO, parlano di oltre 240 traduzioni.
Nel 1940 Disney consolida il mito con il celeberrimo cartone, ma il burattino resta toscano fino al midollo.
La forza narrativa di Pinocchio ispira anche riscritture autonome. Tra le più note, quella dello scrittore russo Aleksej Tolstoj, che nel 1936 pubblica “Buratino”, una versione parallela che prende avvio dalla trama collodiana.
Intanto la Toscana continua a custodire le sue radici: dal 1956, a Collodi, nel comune di Pescia, il Parco di Pinocchio racconta l’opera e ne mantiene vivo l’immaginario.
Al centro resta lui, Carlo Lorenzini: un fiorentino abituato ai giornali più che alle fiabe, che quasi controvoglia ha creato un personaggio capace di attraversare lingue, culture e continenti.
Pinocchio, invece, è diventato un simbolo italiano all’estero. Ma la sua anima resta toscana
