Firenze, nuova vita per le Storie di San Francesco di Giotto: 'Una delle pagine più arte della nostra storia dell'arte'

Dopo quattro anni di lavoro, presentato il restauro nella Cappella Bardi in Santa Croce

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venerdì 11 settembre 2026 19:53

Il restauro delle Storie di San Francesco, nella Cappella Bardi in Santa Croce, prendendosi cura di un capolavoro, restituisce una più chiara lettura della pittura giottesca, mettendone in luce la ricchezza vitale, la intensità espressiva, la rivoluzionaria concezione dello spazio dipinto e del suo rapporto con quello reale.

 

A presentare l’importante intervento sono stati oggi Alessandro Tortorella, direttore del Fondo Edifici di Culto del ministero dell’Interno, insieme a Irene Sanesi, presidente dell’Opera di Santa Croce, Giovanni Bettarini, assessore alla Cultura del Comune di Firenze, Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure, padre Franco Buonamano, rettore della basilica, Carlo Sisi, membro del CdA della Fondazione CR Firenze e  Dominique Marzotto, presidente di ARPAI (Associazione per il Restauro del Patrimonio Artistico Italiano).

 

Dopo quattro anni di intenso lavoro le pitture murali di Giotto, testo capitale del primo quarto del Trecento e punto di riferimento degli artisti successivi, vengono quindi restituite alla vista dei visitatori di tutto il mondo: il progetto di studio approfondito e il successivo restauro è stato  promosso dall’Opera di Santa Croce con l’Opificio delle Pietre Dure che l’ha progettato e  realizzato, a sostenerlo, oltre al Ministero della Cultura,  la Fondazione CR Firenze, ARPAI, e un gruppo di appassionati e generosi donatori privati, tra cui Veronica e Dominque Marzotto e William von Mueffling. La campagna Giving4 Giotto ha accompagnato il restauro, attivando la generosità di persone da tutto il mondo.

 

Nell’anno in cui si celebra l’ottavo centenario del Transito di Francesco d’Assisi  le sei scene della cappella, che fanno riferimento alla Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio dove  Francesco viene presentato come l’alter Christus,  riportano a momenti cruciali della vita di Francesco: la rinuncia ai beni paterni, l’approvazione della Regola, l’apparizione al Capitolo di Arles, la prova del fuoco davanti al Sultano, la morte, l’apparizione a frate Agostino e al vescovo Guido.    

 

Che sul ponteggio con Giotto e sotto il suo coordinamento operassero diversi altri pittori è noto, soprattutto in questa fase matura della sua carriera; il restauro rende oggi più chiare differenze tecniche e di stile, che confermano come la Cappella Bardi sia stata un incubatore per le novità che, sulla base del linguaggio di Giotto, avrebbero poi segnato gli sviluppi dei decenni successivi. Una conferma è anche la capacità di Giotto di piegare le tecniche alle proprie necessità espressive ed operative, lavorando su una base a fresco, ma facendo poi diffusamente uso di tecniche a secco, per poter contare su una più ampia gamma di pigmenti, variando così gli effetti cromatici e spaziali, potendo gestire più agevolmente i tempi del cantiere.

 

L’immagine restituita permette di comprendere meglio la straordinaria invenzione figurativa e spaziale di Giotto, mantenendo al tempo stesso visibili le vicende alterne che hanno segnato il ciclo nel corso dei secoli: la scialbatura a calce nei primi decenni del ‘700, la riscoperta nel 1851 con il restauro di Gaetano Bianchi e poi l’intervento di Leonetto Tintori sotto la guida del soprintendente Ugo Procacci tra il 1957 e il 1959.

 

Per quattro anni le attività di indagine scientifica, conservazione, ricerca e documentazione hanno proceduto di pari passo perseguendo essenzialmente due obiettivi. Il primo ha riguardato la soluzione dei problemi poco visibili ma più insidiosi che avrebbero potuto compromettere la stessa integrità materiale del ciclo: con le metodologie di analisi e intervento più avanzate sono state consolidate le parti più fragili (fratture nelle pareti laterali, aree a rischio caduta di intonaco, sollevamenti e cadute della pellicola pittorica), sono stati ridotti pericolosi fenomeni di degrado (come la diffusa presenza di sali solubili), rimossi depositi e materiali alterati e sostituito molte delle vecchie stuccature sintetiche risalenti al precedente restauro con impasti più compatibili con gli intonaci originali.

 

Il secondo è stato la complessa definizione dell’immagine finale: la delicata integrazione delle lacune (quelle più grandi che segnano in maniera così evidente ed indelebile le pitture, le numerosissime piccole mancanze che punteggiano l’intera superficie - circa cinquemila- e le diffuse abrasioni) è stata affrontata con sistemi differenziati, con l’obiettivo di ridare quando possibile continuità al testo figurativo rispettando al tempo stesso le tracce della difficile storia conservativa.

 

Emerge cosi, in tutta la sua potenza, l’ invenzione spaziale di Giotto. Le singole scene sono unite da una monumentale architettura dipinta che si sovrappone a quella reale della cappella e la trasforma idealmente in una sorta di grande ciborio. Entro questa ossatura illusionistica, che doveva accomunare le altre cappelle del transetto, le scene si svolgono prevalentemente all’interno di ambienti chiusi rappresentati frontalmente, come grandi scatole aperte verso lo spettatore, che governano il disporsi delle figure. Anche negli episodi ambientati all’esterno, come la Rinuncia ai beni paterni, l’architettura, complessa, svolge un ruolo centrale.

 

Il restauro ha inteso valorizzare questo aspetto, ricostruendo con interventi sempre riconoscibili la continuità del dispositivo spaziale sovrapposto a quello reale, restituendo così immediata leggibilità a un elemento cruciale della rivoluzione pittorica dell’artista, la cui centralità è sottolineata dalla minuzia con cui questi elementi sono stati costruiti sulla parete, utilizzando sull’intonaco incisioni e linee tracciate con corde imbevute di colore battute. Per la prima volta tutti questi elementi sono stati oggetto di una mappatura digitale e quindi possono essere letti nel loro insieme, permettendo di seguire passo dopo passo la progettazione di uno spazio pittorico che stupisce per la sua complessità e precisione.

 

Commenta Irene Sanesi, presidente dell’Opera di Santa Croce: "Non un anno qualsiasi. È assolutamente emblematico che nel 2026, ottavo centenario della morte di Francesco d’Assisi, il ciclo delle Storie del Santo del venga restituito al mondo e ai visitatori che ogni giorno sono accolti nella basilica di Santa Croce. Un’opera fondamentale per la sua intensità espressiva e la comprensione del linguaggio giottesco e un restauro che ne rivela i segreti insieme ad una nuova leggibilità.  

Tra le molte parole possibili per questo progetto, gratitudine è quella che ne racchiude il senso profondo e lo continua ad alimentare. Siamo infatti di fronte a un restauro esemplare, sia per le competenze scientifiche e la passione che l’hanno caratterizzato, che per la mobilitazione generosa dei soggetti sostenitori: accanto all’Opera di Santa Croce e all’Opificio delle Pietre Dure, fondamentale il contributo di Fondazione CR Firenze e ARPAI (Associazione per il restauro del patrimonio artistico italiano) con numerosi donatori privati. Adesso si apre un nuovo capitolo altrettanto importante, che riguarda la condivisione della ricerca e il racconto dei valori universali delle storie di San Francesco per il nostro tempo".

 

Le parole di Emanuela Daffra, soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure: "Quello concluso sulla cappella Bardi è stato un restauro necessario e non semplice. Necessario perché le pareti presentavano criticità molteplici, sia strutturali che legate alla pellicola pittorica. Non semplice perché confrontarsi con un testo capitale, e questo lo è, è cosa che non si fa mai a cuor leggero; perché è un insieme entrato negli occhi di tutti dopo un restauro coraggioso che aveva eliminato i veri e propri rifacimenti ottocenteschi; perché è gravemente lacunoso e conservato in modo molto diseguale.

Gli obiettivi di comprenderlo meglio, di metterlo in sicurezza nella misura necessaria e sufficiente, di restituirgli per quanto possibile unità sono stati perseguiti grazie ad un autentico lavoro di squadra. Questo ha coinvolto non solo lo staff di OPD e gli operatori guidati da Maria Rosa Lanfranchi con Renata Pintus, ma gli istituti impegnati nella diagnostica e nella documentazione più avanzate, comitato scientifico, proprietà e finanziatori.

Ed è grazie al contributo di ciascuno che sono stati raggiunti".

 

Padre Franco Buonamano, rettore della basilica di Santa Croce: "I compagni di Francesco, quando arrivarono a Firenze, scelsero di stabilirsi nel quartiere di Santa Croce per prendersi cura dei più poveri e di coloro che vivevano ai margini della comunità. È una scelta che appartiene alla storia della nostra Basilica e che ancora oggi ci indica una strada. In quest’anno, nel quale celebriamo solennemente l’ottavo centenario della morte del Poverello di Assisi, sentiamo forte l’invito a vivere quei valori francescani che hanno animato i primi frati: la prossimità, l’accoglienza, la fraternità e la condivisione, riconoscendo nell’altro, soprattutto nel più fragile, un fratello. Il 14 settembre, festa dell’Esaltazione della Santa Croce, vivremo questo spirito francescano attraverso la celebrazione della Messa delle ore 11 e, al termine, un’agape fraterna nel Chiostro del Brunelleschi con i poveri e le persone più fragili della nostra città. La Messa ci ricorda che la Croce è il segno dell’amore di Cristo, un amore che si dona e si fa vicino alla sofferenza dell’uomo. Il pranzo sarà la continuazione concreta di quella celebrazione: un gesto concreto, nel quale sederci alla stessa tavola, condividere il pane, incontrarci e riconoscerci fratelli con chi vive spesso ai margini della città e può trovare sempre un posto accogliente a Santa Croce".

 

Il commento di Giovanni Bettarini, assessore alla Cultura del Comune di Firenze: "Restituire la Cappella Bardi significa restituire a Firenze e al mondo una delle pagine più alte della nostra storia dell’arte. Giotto è parte dell’identità profonda della città: la sua capacità di innovare il linguaggio della pittura, di costruire uno spazio nuovo e di mettere il talento di una squadra al servizio di un progetto unitario rappresenta una delle radici della straordinaria stagione culturale che ha reso Firenze un riferimento universale.

Questo restauro dimostra quanto è importante investire nella tutela del patrimonio. Il lavoro dell’Opificio delle Pietre Dure e dell’Opera di Santa Croce, sostenuto da istituzioni, fondazioni e privati, è un esempio di collaborazione per un obiettivo comune di valorizzazione del patrimonio e della memoria comunitari. Che questa restituzione avvenga nell’anno dell’ottavo centenario del Transito di San Francesco ha poi un significato particolare. Le immagini della vita del Santo ci parlano di fraternità, solidarietà e attenzione agli ultimi: valori universali che Firenze, anche attraverso la propria cultura, continua ad avere il dovere di custodire e rilanciare".

 

Carlo Sisi, membro del Consiglio di Amministrazione di Fondazione CR Firenze: "Questo restauro per Fondazione CR Firenze non è stato soltanto l’occasione per studiare, approfondire e

conservare uno dei capolavori più ammirati della nostra città, ma ha significato anche restituire a Firenze un patrimonio culturale che è parte integrante della sua identità. Con questo spirito abbiamo promosso il progetto “A tu per tu con Giotto”, che ha consentito a oltre 2.500 fiorentini di ammirare gratuitamente dai ponteggi del cantiere il ciclo delle Storie di san Francesco. Un’iniziativa coerente con il nostro impegno per avvicinare la comunità ai gioielli storico-artistici del territorio. Ringrazio l’Opera di Santa Croce e l’Opificio delle Pietre Dure, con il quale collaboriamo insieme a numerose iniziative. Siamo particolarmente felici che questo importante traguardo arrivi proprio nell’anno in cui celebriamo san Francesco e un messaggio che, a otto secoli dalla sua morte, conserva intatta tutta la sua attualità".

 

Dominique Marzotto, presidente di ARPAI: "Essere presente oggi è per me motivo di profonda emozione: abbiamo davanti agli occhi un capolavoro che Giotto dipinse quasi sette secoli fa, restituito alla sua forza e alla sua bellezza, grazie a un grande progetto di restauro, nel quale tante persone hanno creduto e operato con passione, generosità e, soprattutto, con una profonda fiducia nel valore della cultura. Sono proprio questi principi che hanno ispirato i nostri genitori, Paolo e Florence, insieme ad amici appassionati, e con l’indispensabile concorso del professore Gian Antonio Golin, la creazione dell’associazione per il restauro del patrimonio artistico italiano (ARPAI). Un’idea semplice e allo stesso tempo ambiziosa: che l’arte e il patrimonio culturale non sono da guardare soltanto con ammirazione, ma da proteggere, conservare e restituire alle generazioni future. Per i miei genitori l’arte non era un lusso. Era una responsabilità.

Mia sorella Veronica ed io, crediamo profondamente che l’arte e la cultura siano il linguaggio più universale che ci permette di comunicare gli uni con gli altri, attraversando il tempo e le differenze, e ci rende capaci di riconoscere l’umanità dell’altro, perché la conoscenza genera rispetto.

In questo senso, il restauro della Cappella Bardi non è soltanto un fatto fiorentino, italiano o europeo, è un messaggio di speranza rivolto al mondo".

 

 
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