Alluvione, Ingegneri di Firenze: 'Arno più sicuro, ma il pericolo può venire anche da torrenti e fossi'
'Occorrono monitoraggio costante, manutenzione dei corsi d’acqua e delle opere di difesa, aggiornamento degli strumenti di pianificazione e investimenti'
lunedì 02 novembre 2026 18:46
“Ricordare il 1966 significa valorizzare le lezioni di quell’esperienza e riconoscere che la sicurezza non può essere affrontata soltanto dopo un’emergenza”. A dirlo sono Claudia Nati, presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Firenze e Luca Solari, consigliere dell'Ordine esperto di ingegneria idraulica, a pochi giorno dal 60esimo anniversario dell'alluvione di Firenze.
“Da 1966 a oggi sono state fatte o programmate importanti opere che contribuiscono a mitigare il rischio idraulico nel bacino dell'Arno, ma il cambiamento climatico ci pone davanti a nuove sfide come la gestione di eventi estremi concentrati in aree limitate che interessano i bacini minori” spiega Solari.
Per Solari interventi in atto o programmati, come l'abbassamento della platee di Ponte Vecchio e Ponta Santa Trinita, le casse di espansione nel Valdarno e sulla Sieve, il sopralzo della diga di Levane, i panconi mobili alle spallette a Firenze, la gestione della diga di Bilancino “sono un significativo passo in avanti per la riduzione del rischio idraulico”.
Queste opere strutturali e non, insieme alla maggiore sensibilizzazione della popolazione ed al miglioramento del sistema di monitoraggio e di previsione delle piene “fanno avere un ragionevole ottimismo sulla gestione e sugli impatti di un eventuale evento simile. Ma rimangono incertezze legate soprattutto alle tempistiche di realizzazione, perché opere del genere sono complesse, e al cambiamento climatico. Un evento come l'alluvione sappiamo che potrebbe ripetersi, ma dobbiamo fare i conti anche con eventi piovosi che hanno caratteristiche diverse dal passato: fenomeni più concentrati e intensi, che mettono in criticità i cosiddetti bacini minori e secondari. Su questi occorre svolgere nuove valutazioni”.
“Occorrono monitoraggio costante, manutenzione dei corsi d’acqua e delle opere di difesa, aggiornamento degli strumenti di pianificazione e investimenti nelle aree più esposte - commenta Claudia Nati - La prevenzione richiede inoltre una collaborazione concreta tra istituzioni, enti locali, autorità competenti e professionisti tecnici, insieme a una maggiore attenzione alla comunicazione del rischio e alla preparazione dei cittadini. Proteggere il territorio significa tutelare non soltanto le persone e le abitazioni, ma anche le attività economiche, i servizi essenziali e il patrimonio storico e culturale. Non basta ricordare ciò che è accaduto, dobbiamo trasformare quell’esperienza in una strategia continuativa per costruire un territorio più sicuro e resiliente”, conclude Nati. “I cambiamenti climatici e la crescente frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi rendono ancora più urgente rafforzare la prevenzione, investire nella manutenzione delle infrastrutture e migliorare la pianificazione del rischio idrogeologico” .
