Sergio Mattarella a Firenze, conferita la Laurea honoris causa dall'Università di Firenze
La cerimonia al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino: 'Avverto l’alto onore che mi viene fatto'
martedì 10 marzo 2026 13:56
Il Presidente della Repubblica a Firenze. L’Università degli studi di Firenze ha conferito a Sergio Mattarella la laurea magistrale honoris causa in “Politica, Istituzioni e Mercato”.
La cerimonia si inserisce nell’ambito delle celebrazioni dei 150 anni della Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri” e si è svolta al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.
Ad accogliere Mattarella sono stati la sindaca Sara Funaro, la prefetta Francesca Ferrandino e il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani.
L’evento è stato aperto dal saluto della Rettrice Alessandra Petrucci, cui hanno fatto seguito gli interventi del Direttore del Dipartimento di Scienze politiche e sociali, Alessandro Chiaramonte, e del Presidente della Scuola di Scienze politiche “Cesare Alfieri”, Andrea Lippi. La Presidente del corso di laurea in Politica, Istituzioni e Mercato, Maria Grazia Pazienza, ha pronunciato la Laudatio.
Il titolo è stato conferito dalla Rettrice Alessandra Petrucci che ha dato lettura della motivazione.
Al termine della cerimonia il Presidente Mattarella ha tenuto la Lectio Doctoralis.
Prima di far rientro a Roma, il Capo dello Stato ha visitato l’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età Contemporanea, accolto dal Presidente dell’Istituto, Vannino Chiti.
Ecco il discorso del Presidente della Repubblica:
Rivolgo un saluto di grande cordialità alla Magnifica Rettrice, al Senato Accademico, all’intero Corpo docente, al personale tecnico e amministrativo e, con intensità particolare, alle studentesse e agli studenti dell’Ateneo e della Scuola, alla Commissione.
Un saluto a tutti i presenti: tra essi il Presidente della Regione, la Sindaca di Firenze. Ringrazio la Rettrice, il Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, il Presidente della Scuola per le cortesi espressioni nei miei confronti. Sono grato alla Professoressa Pazienza per la sua Laudatio così generosa.
Avverto l’alto onore che mi viene fatto con il conferimento della Laurea Honoris Causa in Politica, Istituzioni e Mercato ed esprimo la mia riconoscenza al Consiglio di Corso di laurea.
In questa cerimonia il significato - che io avverto in maniera decisamente prevalente - risiede nel celebrare i centocinquanta anni della Cesare Alfieri.
Centocinquanta anni fa, la Scuola di Scienze sociali - di cui qui sono presenti i diretti discendenti - nacque con il proposito di formare la dirigenza dell'Italia da poco unificata. L'obiettivo era quello di conferire ai giovani disponibili a dedicarsi alla vita pubblica una moderna preparazione, con la confluenza di studi giuridici, storici, economici, sociali.
Una formazione non rivolta al passato, ma con lo sguardo alla contemporaneità.
Quanto al metodo, nel discorso che apriva i corsi, il fondatore, Carlo Alfieri, affermò la necessità di abbandonare il vecchio sistema dogmatico, la centralità dello sforzo della memoria, per seguire uno “sviluppamento” razionale, per esortare all’esercizio della facoltà della mente.
Finalità dell’insegnamento era quella di fornire ai giovani, chiamati a svolgere compiti di dirigenza, strumenti di interpretazione e di capacità di iniziativa nella vita sociale. Quella di dotarli di spirito critico, di capacità di ragionamento, orientata alla soluzione dei problemi, in grado di affrontare le sfide del tempo, di ogni tempo.
La Cesare Alfieri in questi centocinquanta anni ha rispettato quell'impegno.
Scorrendo i nomi dei docenti, dalla fondazione fino allo stravolgimento ad opera delle imposizioni del fascismo, appare già allora evidente la mescolanza di saperi, di punti di vista, di diverse storie personali, di convinzioni politiche.
Per comprendere il valore dell'offerta formativa sono, tra gli altri, significativi i discorsi che aprirono alcuni anni accademici, esprimendo l’impegno di interpretare la contemporaneità.
Nel 1912 il tema del relatore, Teodosio Marchi, era “la crisi della rappresentanza”. All’indomani della introduzione del suffragio universale maschile, esaminava la crisi della rappresentanza liberale e del ruolo del Parlamento e dei partiti, concludendo che il mondo stava cambiando con la stessa velocità e profondità con cui “l’invenzione della macchina a vapore ha fatto con l’industria” e che la prospettiva era quella di una “democrazia autoritaria”.
Chissà cosa direbbe oggi, osservando il ritmo sempre più veloce dei mutamenti degli strumenti disponibili, nonché quanto sta avvenendo nella realtà degli assetti istituzionali in tante parti del mondo.
Nel 1917, con la Prima Guerra Mondiale ancora in corso, Santi Romano scelse, per la sua prolusione, il titolo “Oltre lo Stato”: quel grande maestro auspicò la creazione di una comunità politica europea. Perché, a guerra conclusa, disse, "nulla sarebbe stato come prima".
Il primo, Teodosio Marchi, presagiva la non lontana crisi dello Stato liberale, il cui detonatore fu senz’altro il primo conflitto mondiale, ma che già incombeva, anche in Italia, dovuta all’incapacità di interpretare gli eventi e le trasformazioni sociali e di ampliare in modo adeguato la base dello Stato unitario, garantendo adeguata rappresentanza ai ceti popolari.
Specchio di tale difficoltà era per molti aspetti il Parlamento, ancora nettamente costituito su base censitaria e localistica, con affidamento della rappresentanza a notabilati, sintomo di scarsa sensibilità ad avvertire i movimenti reali e profondi della società. L’affermazione dei partiti popolari giunse a ridosso dell’assalto del fascismo che li colse impreparati, non in grado di predisporre un’iniziativa efficace per contrastare la violenza dilagante e l’ambiguità della monarchia.
Il secondo, Santi Romano, acutamente, comprese che antidoto efficace e duraturo alla spirale nefasta della guerra non poteva che essere la creazione di un movimento di unificazione europea, di cui avvertiva l’urgenza per arrestare il declino del continente, iniziato con il primo conflitto mondiale.
Come ben sappiamo, fu necessario un secondo, ancor più sanguinoso conflitto perché, grazie all’azione di alcuni statisti lungimiranti, questa consapevolezza si diffondesse tra le classi dirigenti e i cittadini europei.
Nel secondo dopoguerra, sotto la spinta della lunga, lucida presidenza di Giuseppe Maranini e poi di quella di Luigi Lotti, l’impegno per intercettare le novità della società, delle istituzioni e della politica e trasformarle in materia di studio e riflessione si espresse con evidenza.
La Cesare Alfieri fu un laboratorio.
Accanto agli studi di glottologia e di critica letteraria di Devoto e De Robertis, Giovanni Michelucci ripensava gli spazi e il modo di vivere, Paolo Barile poneva in chiaro le libertà conquistate con la Costituzione.
Allo stesso tempo, al secondo piano di via Laura, si costruivano gli strumenti scientifici per formare le nuove classi dirigenti. Giovanni Spadolini ricopriva – come è stato ricordato poc’anzi - la prima cattedra in Italia di Storia contemporanea, Giovanni Sartori ridefiniva i contenuti della Scienza politica. Furono poi istituite le prime cattedre in Italia di Sociologia, Diritto pubblico dell'economia e, con Silvano Tosi, quella di Diritto parlamentare.
Vorrei cogliere l’occasione di sottolineare come la nostra Assemblea Costituente si giovò in grande misura del contributo di uomini di cultura, di studiosi di diverso orientamento che ne entrarono a far parte, accanto alla componente più schiettamente politica.
La cultura e la scienza sono per loro autentica natura aperte all’interlocuzione, non pretendono di possedere verità assolute, sono inclini a trovare punti di incontro, a raggiungere mediazioni, senza rinunciare ad affermare principi e valori.
Questo rese possibile la nostra Costituzione: una collaborazione autentica e profonda, tra studiosi e rappresentanti politici, nel porre le basi per la rinascita dell’Italia nel segno della democrazia.
I padri costituenti si rivelarono capaci di indicare a un popolo devastato dalla guerra, sofferente e disorientato, una prospettiva di futuro, una società aperta da realizzare insieme, nella condivisione dei diritti fondamentali, nella libertà, nel pluralismo delle istituzioni, promuovendo un’economia libera e orientata all’utilità sociale, la cooperazione e la pace come obiettivo delle relazioni internazionali.
Il Diritto costituzionale, focalizzato appunto sulla forma di governo, si intrecciò, nell’esperienza della Cesare Alfieri, con la storia istituzionale, la comparazione e la politologia, evocando Machiavelli e lo studio del potere.
Una analisi che prima di altri — soprattutto con Maranini — si assunse, con severa lucidità, il ruolo di denunziare il manifestarsi della partitocrazia.
I partiti politici hanno rappresentato il motore della rinascita democratica dell’Italia, assicurando il coinvolgimento popolare come mai si era verificato nella storia dello Stato unitario. Rivestono un ruolo indicato dalla Costituzione: anche per questo sono, più che utili, necessarie critiche e sollecitazioni che provengono dagli elettori, anzitutto, e dal mondo della cultura.
Negli anni Ottanta, una serie di fortunate circostanze portò alla Cesare Alfieri esponenti di rilievo dell'economia pubblica.
Contemporaneamente vi insegnarono Fausto Vicarelli, Ezio Tarantelli - ucciso dalle Brigate Rosse per il suo impegno per l'accordo tra governo e sindacati per modificare la scala mobile - e un giovane Mario Draghi, che ebbe a Firenze la sua prima cattedra e che tra qualche settimana riceverà ad Aquisgrana il Premio Carlo Magno.
Fu sempre qui che, all'alba dell'avvento della società della televisione, Giovanni Bechelloni – scomparso poche settimane addietro - e Milly Buonanno hanno compreso e documentato il potere sociale e politico dell'intrattenimento.
Il contributo di tutte queste personalità alla vita italiana non è stato soltanto di carattere tecnico. Vi è stato sovente un servizio alle Istituzioni improntato all’approfondimento e, al contempo, al dialogo, al confronto, alla ricerca di soluzioni condivise, superando steccati e pregiudizi.
Questo purtroppo non ha impedito – come nel caso di Tarantelli - che l’esistenza di alcuni di essi fosse stroncata da una violenza cieca e insensata che ha colpito studiosi di molte discipline e di diverse accademie.
Comun denominatore di questi studiosi sono stati il rigore e la tolleranza: il rigore della volontà di capire prima di giudicare; la tolleranza che produce necessità di comprendere tutte le ragioni, la certezza che non esistono risposte semplici a problemi complessi.
Un esempio di questa affermazione è una figura di assoluto valore, che seppe coniugare ai più alti livelli il ruolo di docente con l’impegno nelle istituzioni: Antonio Cassese, che a lungo ha insegnato Diritto internazionale a via Laura prima di andare a presiedere il Tribunale internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia, dalla cui esperienza è nata quella storica espressione di civiltà costituita dalla Corte Penale Internazionale.
Da questa Università è venuto anche un forte contributo agli studi dei rapporti tra Stato e Chiesa. La Cesare Alfieri ha contribuito alla definizione delle relazioni fra le due sponde del Tevere nonché alla loro reciproca comprensione e feconda collaborazione per il bene dell’Italia. Vanno ricordati i lavori di Spadolini – nei cui confronti nutro un ricordo carico di riconoscenza - e quelli di Margiotta Broglio – cui rivolgo i miei auguri -, che ha fornito un importante contributo alla revisione del Concordato nel 1984.
Consentitemi di raggiungere un ricordo personale, perché, nel corso dei miei impegni istituzionali, ho avuto con loro, con entrambi, occasione di incontri, sempre proficui e collaborativi.
Sulla scorta degli ambiziosi obiettivi affidati, sin dalla sua nascita, alla Cesare Alfieri, un’esperienza di grande significato per il progetto di formazione di dirigenti è stato, ed è, il Seminario di studi e ricerche parlamentari.
In un mondo universitario in cui non di rado era difficile che lo studente potesse avvicinare il professore ordinario, nel Seminario, con l'obiettivo di formare i funzionari parlamentari, quattro docenti autorevoli e prestigiosi - Giovanni Spadolini, Paolo Barile, Alberto Predieri e Silvano Tosi - con l'aiuto di Enzo Cheli – cui pure rivolgo i miei auguri -, Luigi Lotti e Guglielmo Negri, realizzarono il primo master italiano. Senza formalismi, con l’esigenza di contaminazione tra diritto, storia, politologia, economia. Con piena facoltà per gli allievi, selezionati tra i migliori laureati italiani, di fare domande e di intervenire. Tra i docenti funzionari parlamentari, dirigenti dello Stato, studiosi stranieri. Un modello oggi divenuto comune ma che quando nacque, nel 1967, introduceva più che una innovazione, una rivoluzione di sistema.
Il Seminario ha fornito dirigenti che sono andati a irrobustire le nostre istituzioni, non soltanto quelle parlamentari, e ha alimentato anche professionalità presenti nella società, dal mondo dell’economia a quello del giornalismo.
Il fondatore della Cesare Alfieri esortava i docenti a dare ai giovani “buone vettovaglie” e di fornirli di” buone armi per tutta la campagna della vita militante”.
Questo proposito appare oggi quanto mai essenziale perché la contemporaneità sta imponendo sfide rivoluzionarie nell'ordine internazionale e in quello economico, con evidenti riflessi sugli assetti e sugli ambiti istituzionali.
I protagonisti degli scenari globali, con grande e crescente influenza sulla vita quotidiana di singoli e di comunità, sono soggetti tecnologici e finanziari. Sovente vi si fondono i due aspetti.
Non si tratta di fenomeni completamente nuovi. Nuova è la pretesa di abbattere gli impegni assunti dopo la Seconda Guerra Mondiale per dare ordine ai rapporti internazionali su base di parità tra gli Stati. La pretesa, infatti, è di agire al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi.
I social hanno modificato il modo di comunicare, cambiando relazioni sociali e modo di operare anche nella vita politica.
L'intelligenza artificiale sta modificando forme e modalità di lavoro e innumerevoli e ancora indefiniti aspetti della vita nel mondo.
Un contributo fondamentale, in questo quadro, a una convivenza più giusta e più libera deve vedere protagonisti il mondo della cultura e istituzioni come la Cesare Alfieri.
La tecnologia e la scienza sembrano avere oggi bisogno soprattutto di un nuovo e vigoroso apporto di carattere umanistico. Di una nuova ricomposizione dell’unicità del sapere, sempre più avvertita e concretamente sviluppata da discipline che un tempo apparivano estranee le une alle altre.
Vi è l’esigenza di rimettere al centro la persona, i valori umani e universali, il senso di comunità che accresce il valore delle relazioni tra le persone, del rispetto e del reciproco riconoscimento di dignità e di diritti.
Occorre, come hanno fatto tanti di coloro che hanno operato in questa Scuola, in questo Ateneo, dedicarsi allo studio con passione, nei diversi ambiti della conoscenza affinché i nuovi confini del sapere possano essere esplorati e coltivati per realizzare il benessere collettivo che muove dalla centralità della persona – ripeto -, di ciascuna persona, dei suoi diritti e dei suoi doveri.
Occorre farlo come incitava Francesco Protonotari, primo direttore della Nuova Antologia - altra creazione della Firenze capitale - come "spiriti indipendenti e coraggiosi".
Ho ricordato – poc’anzi - Silvano Tosi, prima allievo e poi docente autorevole della Cesare Alfieri, e di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita.
Nel 1957 concludeva la prefazione alla sua traduzione della “Democrazia in America” di Tocqueville con queste parole, tuttora attuali e motivo di riflessione: “Nelle molte intuizioni profetiche di Tocqueville, la più inquietante per il nostro tempo è forse quella che prevede un futuro oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista, cui la moderna scienza del dispotismo suggerisce quell'aspetto filantropico, quelle forme fraudolentemente rappresentative, quel temibile ufficio tutorio dell'individuo, che Tocqueville definì magistralmente, cogliendone l'intimo spirito, nel concludere che si tendeva a far perpetuare l'infanzia dell'uomo”.
Non lasciamo che questo avvenga, che si realizzi una simile regressione.
