Alluvione del 1966, Enzo Ferroni e il restauro delle opere d'arte: la mostra dedicata al chimico fiorentino

Opere d’arte sommerse dall’acqua e dal fango, affreschi feriti, capolavori che rischiavano di andare perduti per sempre

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sabato 10 ottobre 2026 13:23

Opere d’arte sommerse dall’acqua e dal fango, affreschi feriti, capolavori che rischiavano di andare perduti per sempre. Dopo l’alluvione del 4 novembre 1966 Firenze si trovò davanti a una sfida immensa: salvare una parte della propria storia. A quella sfida rispose anche Enzo Ferroni, chimico e docente universitario, mettendo la ricerca scientifica al servizio del restauro e sperimentando nuove tecniche per recuperare le opere danneggiate. A sessant’anni da quei giorni, una mostra all’Archivio storico del Comune racconta il suo lavoro e quella straordinaria stagione di impegno per la salvezza del patrimonio artistico.

 

“Dalle carte dell’Archivio Enzo Ferroni: l’alluvione e il restauro delle opere d’arte. La ‘generosa collaborazione’ di un chimico visionario” sarà inaugurata sabato 10 ottobre alle 17 e resterà aperta fino al 7 novembre nelle sale espositive dell’Archivio storico del Comune di Firenze, in via dell’Oriuolo 33. 

 

Attraverso documenti, fotografie, carteggi, appunti di lavoro e materiali scientifici, il percorso ricostruisce il contributo di Ferroni alla conservazione e al restauro del patrimonio artistico colpito dall’alluvione e lo sviluppo di metodologie innovative nate dall’incontro tra ricerca scientifica ed esigenze di tutela.

 

Professore ordinario di chimica fisica all’Università di Firenze e rettore dal 1976 al 1979, Ferroni sperimentò materiali e tecniche per affrontare i gravi danni subiti dalle opere. Dalle carte conservate nel suo archivio emerge in particolare il lavoro sulle pitture murali e lo sviluppo, insieme a Dino Dini, del metodo Ferroni-Dini.

 

Il percorso espositivo è articolato in quattro sezioni. Una è dedicata al salvataggio dell’Ultima cena di Taddeo Gaddi nel refettorio della Basilica di Santa Croce; un’altra alla metodologia per la conservazione delle pitture murali, applicata anche nel restauro delle opere del Beato Angelico nel Convento di San Marco. Una terza sezione ripercorre la formazione scientifica di Ferroni, dalla laurea nel 1945 alla cattedra di chimica fisica a Firenze nel 1965, mentre l’ultima segue l’evoluzione delle sue ricerche e l’eredità lasciata nel rapporto tra scienza e restauro.

 

La mostra presenta anche documentazione proveniente dall’Archivio storico del Comune di Firenze e inserisce l’attività di Ferroni nella più ampia vicenda della città dopo il 4 novembre 1966, mettendo in luce come dall’emergenza siano nate esperienze, collaborazioni e nuove conoscenze destinate a incidere nel tempo sulla conservazione del patrimonio culturale.

 

“Questa mostra racconta una pagina importante della storia di Firenze, ma anche la forza della ricerca quando esce dai laboratori e mette conoscenze e competenze al servizio della comunità – ha sottolineato l’assessore all’università e alla ricerca Dario Danti –. Dopo l’alluvione del 1966 Enzo Ferroni seppe far dialogare la chimica con il mondo dell’arte e del restauro, contribuendo a trovare soluzioni innovative per salvare un patrimonio gravemente ferito. È un esempio straordinario del ruolo che l’Università può avere nella vita della città: produrre conoscenza, affrontare problemi concreti e costruire collaborazioni capaci di lasciare risultati duraturi. A sessant’anni dall’alluvione, riscoprire attraverso queste carte il lavoro di Ferroni significa non soltanto rendere omaggio a un grande studioso, ma ricordare quanto ricerca, innovazione e collaborazione tra discipline diverse siano fondamentali per tutelare e trasmettere il nostro patrimonio alle generazioni future”.

 

“L’alluvione del 1966 ferì profondamente anche il patrimonio culturale di Firenze, ma da quella tragedia nacque una straordinaria stagione di impegno, competenze e solidarietà per salvare opere che appartengono non soltanto alla nostra città, ma al mondo intero – ha dichiarato l’assessore alla cultura Giovanni Bettarini –. Questa mostra ci restituisce una pagina preziosa di quella storia e ci ricorda che la tutela non è soltanto conservazione: significa studio, ricerca, cura e capacità di trasmettere alle generazioni future ciò che abbiamo ricevuto. Raccontare il lavoro di Enzo Ferroni a sessant’anni dall’alluvione significa tenere insieme memoria e futuro, facendo conoscere anche il grande lavoro che rese possibile la rinascita di un patrimonio che sembrava irrimediabilmente ferito”.

 

“Scienziato insigne, studioso della chimica dei materiali e della cosiddetta soft matter, Enzo Ferroni è stato uno dei maggiori pionieri nel campo delle scienze sperimentali applicate alla conservazione del patrimonio culturale - ha affermato la rettrice dell’Università di Firenze Alessandra Petrucci salutando l’apertura della mostra -. Proprio dall’alluvione e dai suoi studi emersero problematiche inedite nel campo della tutela artistica: il dialogo, che ne scaturì, tra storici dell'arte, restauratori e scienziati permise di salvare un immenso patrimonio e introdusse un rigido rigore scientifico nelle metodologie di intervento. Basti citare il metodo per la desolfatazione degli affreschi, che è oggi applicato in tutto il mondo e che porta il suo nome e quello del restauratore di affreschi Dino Dini. Tutte le realtà scientifiche e gli istituti dedicati alla scienza della conservazione si svilupparono a Firenze a partire da quella esperienza”.  

 

La mostra è frutto della collaborazione tra Università degli Studi di Firenze, Dipartimento SAGAS, Dipartimento di Chimica “Ugo Schiff”, Fondazione Enzo Ferroni e Archivio storico del Comune di Firenze. Sarà visitabile il martedì, giovedì e sabato dalle 11 alle 17.30. Apertura speciale domenica 1° novembre, sempre dalle 11 alle 17.30. Per scuole e associazioni sono previste visite guidate su appuntamento. 

 

 
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