Le celebrazioni per il 25 aprile a Firenze, Funaro: 'La Resistenza è la radice più profonda della nostra democrazia'

In piazza anche gli interventi della presidente emerita della Corte Costituzionale Silvana Sciarra e della presidente Anpi Firenze Vania Bagni

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sabato 25 aprile 2026 15:30

Sono state tre voci di donne ad alternarsi oggi nelle celebrazioni del 25 aprile dall’Arengario di Palazzo Vecchio: la sindaca di Firenze Sara Funaro, la Presidente emerita della Corte Costituzionale e Socia Corrispondente dell’Accademia Nazionale dei Lincei professoressa Silvana Sciarra, la presidente ANPI Firenze Vania Bagni.

 

In una piazza Signoria transennata, con alcuni momenti di tensione e di ritardo nell'inizio della celebrazione, a causa delle limitazioni per l'ingresso nell'area della cerimonia, con il pubblico tenuto più a distanza dall'arengario.

 

Dmitrij Palagi — Sinistra Progetto Comune, ha commentato:  "Piazza dell'Unità e piazza della Signoria transennate, con ampi spazi vuoti, mentre le persone senza incarichi istituzionali venivano tenute fuori. La coincidenza non è casuale: è la fotografia di un problema sistemico. Come gruppo consiliare abbiamo scelto oggi di non sedere davanti all'Arengario, per la prima volta in sette anni, rimanendo al di fuori del perimetro. Non è stata una protesta simbolica, ma una scelta di lettura dello Stato, che deve essere a disposizione delle persone. La Repubblica italiana non è nata grazie alle istituzioni — è nata grazie a chi scelse di essere partigiana e partigiano nell'illegalità, quando ancora la monarchia era alleata del governo Mussolini. Festeggiare la Resistenza tenendo la cittadinanza fuori da una piazza transennata è il contrario di quello che si vorrebbe ricordare: la Liberazione fu soprattutto un atto del popolo, non una cerimonia da osservare a distanza, altrimenti avremmo pagato molto di più le conseguenze della sconfitta bellica in cui fu trascinato il Paese. Prendiamo atto che in piazza della Signoria anche la Sindaca e la maggioranza abbiano riconosciuto l'esagerazione delle misure adottate, e questo è positivo. Ma non basta riconoscerlo a cose avvenute: serve che non si ripeta e per questo presenteremo una mozione affinché ogni 25 aprile e ogni 11 agosto la politica torni protagonista nelle piazze della città, senza la paura di chi scende a festeggiare. Nel rispetto delle competenze — la gestione dell'ordine pubblico non è del Comune — la domanda politica che poniamo è chiara: chi decide le modalità delle celebrazioni deve rispondere alle comunità che quelle piazze le abitano ogni giorno. Non riteniamo prioritario capire di chi è la "colpa", l'importante è che non si ripeta". 

 

“Nell'80esimo anniversario del voto alle donne questa festa assume un significato ancora più importante. La nostra attenzione deve andare, soprattutto, ai più giovani, ai ragazzi, che quando ci sono questioni importanti, quando ci sono i valori da difendere, si mobilitano e fanno sentire la propria voce. Questo 25 Aprile lo vorrei dedicare alle donne e ai nostri ragazzi e al loro futuro”, ha detto la sindaca all’inizio delle cerimonie. 

 

Le storie delle donne della Resistenza fiorentina sono state al centro dell’intervento della sindaca, che ha detto: “Quest’anno questa ricorrenza assume un significato ancora più profondo. Perché il 2026 è anche l’anno in cui celebriamo gli 80 anni di una conquista decisiva: il primo voto delle donne italiane, nelle elezioni amministrative del 1946, e poi il loro contributo fondamentale al referendum del 2 giugno e all’elezione dell’Assemblea costituente. È un anniversario che parla direttamente al significato del 25 aprile”. E dall’Arengario ha ricordato: “Oggi, da questa piazza, vogliamo dire con chiarezza che la Resistenza continua a essere la radice più profonda della nostra democrazia".

 

Le cerimonie ufficiali hanno preso il via la mattina alle 10 con la deposizione di una corona di alloro in onore dei caduti di tutte le guerre in piazza Unità Italiana, da lì è partito il corteo che ha raggiunto Palazzo Vecchio. 

 

Di seguito l’intervento integrale della sindaca Sara Funaro alle celebrazioni dall’Arengario di Palazzo Vecchio. 

 

“Il 25 aprile è la festa di tutte e di tutte, è la Festa della Liberazione. Oggi ci ritroviamo ancora una volta in Piazza della Signoria, la casa dei fiorentini, nel cuore civile di Firenze, per celebrare uno dei momenti più importanti della nostra comunità democratica il 25 aprile: la data che più di ogni altra ci riconduce all’origine della nostra democrazia e della nostra Repubblica. Ogni anno torniamo qui per ricordare la Liberazione dal nazifascismo. Ma ogni anno sappiamo anche che il 25 aprile è una data che continua a parlarci, anche oggi nel presente Continua a chiederci impegno e a interrogarci su cosa significa, oggi, essere fedeli a quella eredità. Perché la Resistenza ha rappresentato il momento in cui l’Italia, dopo l’abisso della dittatura, della guerra, delle leggi razziali, dell’occupazione nazista, ha ritrovato la propria coscienza. È stata il passaggio attraverso cui il nostro Paese ha scelto la libertà contro l’oppressione, la dignità contro la violenza, la democrazia contro il totalitarismo. Ed è da lì che nasce tutto. Nasce la Repubblica, nasce la Costituzione, nasce l’idea stessa di cittadinanza democratica su cui ancora oggi si fonda la nostra convivenza. Il 25 aprile ci racconta che la democrazia non è mai scontata, che la Pace non è mai garantita una volta per tutte. In un tempo come quello di ora, attraversato da guerre, da nuove violenze, da disuguaglianze profonde, da paure che vengono troppo spesso alimentate invece che curate, tornare alla Resistenza significa tornare a un punto fermo. A una bussola che ci guida ancora oggi. A un’idea esigente di libertà, che non si separa dalla giustizia sociale, dall’uguaglianza, dalla responsabilità, dalla dignità umana. Quest’anno questa ricorrenza assume un significato ancora più profondo. Perché il 2026 è anche l’anno in cui celebriamo gli 80 anni di una conquista decisiva: il primo voto delle donne italiane, nelle elezioni amministrative del 1946, e poi il loro contributo fondamentale al referendum del 2 giugno e all’elezione dell’Assemblea costituente. È un anniversario che parla direttamente al significato del 25 aprile, e non è un caso che oggi ci siano tre donne a parlare dall’Arengario di Palazzo Vecchio. Perché il diritto di voto delle donne non arriva accanto alla Liberazione, ma dentro quel processo storico. È figlio della Resistenza. È figlio del contributo decisivo che le donne diedero alla lotta di Liberazione. È figlio di una presenza che per troppo tempo è stata raccontata ai margini, quando invece fu centrale. Non è un fatto semplicemente simbolico. È un’immagine che ci restituisce la profondità della strada percorsa e, insieme, il dovere di ricordare da dove quella strada è cominciata. Perché le donne non arrivano nel 1946 sulla scena pubblica all’improvviso. Ci arrivano dopo aver preso parte, in forme diverse e spesso rischiosissime, alla lotta contro il fascismo e contro l’occupazione nazista. Ci arrivano dopo aver nascosto perseguitati, portato messaggi, trasportato armi, curato feriti, fatto da collegamento tra le formazioni partigiane, organizzato reti clandestine, resistito alla tortura, pagato con la vita il loro impegno. Le donne della Resistenza non furono una presenza accessoria. Furono una forza essenziale della lotta di liberazione. E proprio per questo parlare oggi del 25 aprile significa anche restituire pienamente il loro nome, il loro volto, il loro coraggio alla storia d’Italia. Qui, a Firenze, questo è ancora più vero, permettetemi sano campanilismo fiorentino. La nostra città ha conosciuto il dolore dell’occupazione, la violenza della repressione, l’orrore della tortura, il peso delle persecuzioni. Ma ha conosciuto anche il coraggio della rivolta, l’organizzazione clandestina, la dignità della scelta antifascista, la forza di una comunità che non si rassegnò fin dall’inizio. E dentro questa storia ci sono tante donne che a Firenze hanno tenuto in piedi i fili della Resistenza. E le voglio ricordare, i loro nomi devono avere dignità in questa piazza. C’è Liliana Benvenuti, la staffetta che nascondeva messaggi in codice dentro un fiore rosso portato tra i capelli. Disse una volta una frase straordinaria: “Dentro quei fiori rossi ci ho nascosto il mondo.”, uno dei messaggi più belli che poteva essere mandato. È una frase che ci aiuta a capire molto della Resistenza femminile: una Resistenza fatta spesso di intelligenza, di coraggio silenzioso, di presenza continua, di capacità di rischiare tutto senza chiedere nulla per sé. C’è Fernanda Dei, giovanissima staffetta, che nascondeva i biglietti nei vestiti, nei libri, persino nel reggiseno, e andava a piedi perché non sapeva andare in bicicletta. Non sapeva cosa contenessero quei messaggi. Ma sapeva che erano importanti. E questa consapevolezza semplice e profondissima - sapere che si sta facendo la cosa giusta - è una delle lezioni più alte della Resistenza. C’è Tosca Bucarelli, la “Toschina”, era giovanissima quando entrò nei GAP fiorentini, protagonista di azioni audaci, arrestata, torturata a Villa Triste, ferita nel corpo ma non piegata nella volontà. C’è Anna Maria Enriques Agnoletti, colpita dalle leggi razziali, che curò il collegamento per la trasmissione di informazioni militari agli Alleati, torturata per giorni e poi fucilata a Cercina. C’è Gilda Larocca, figura chiave di Radio Co.Ra., che si occupò della decodifica dei messaggi e dello spostamento della ricetrasmittente per eludere i nazisti. Passata attraverso torture atroci e la deportazione, fu capace poi di trasformare la sofferenza in testimonianza. C’è Maria Luigia Guaita, straordinaria staffetta e organizzatrice, che all’alba dell’11 agosto 1944 portò il segnale dell’insurrezione e contribuì a far suonare la Martinella e a issare il tricolore sulla Torre d’Arnolfo. Ci sono Tina Lorenzoni, Laura Mazzoni, Anna Maria Ichino, e con loro tante altre donne che hanno fatto la storia della Resistenza e che hanno voluto dedicare tutte loro stesse alla battaglia per la libertà. E c’è, naturalmente, Teresa Mattei, nome di battaglia “Chicchi”. Quando, al liceo Michelangelo di Firenze, un professore iniziò a propagandare le leggi razziali, Teresa si alzò in piedi, protestò con forza e lasciò l’aula. Per questo gesto fu espulsa dal liceo e bandita da tutte le scuole del Regno. Riuscì poi a conseguire la maturità da privatista e a iscriversi alla facoltà di Lettere grazie anche al sostegno di Piero Calamandrei. Partigiana, costituente, donna libera e coraggiosa, Teresa Mattei ha lasciato parole di straordinaria chiarezza che ancora oggi ci interrogano: ‘Quel voto ce lo siamo conquistate. Nessuna Resistenza sarebbe potuta essere senza le donne. Si dice che furono poche le partigiane, ma non è vero: ogni donna che io ho incontrato in quel periodo era una partigiana. Per aver diviso a metà una patata con chi aveva fame, aver svuotato gli armadi per vestire i disertori, per aver rischiato la vita tenendo in soffitta profughi o ebrei. Era quella la vera Resistenza’. E le donne ne erano protagoniste. Raccontare oggi queste storie non è soltanto un dovere della memoria. È un atto di verità e di giustizia. Per troppo tempo il ruolo delle donne nella lotta di Liberazione è stato raccontato in modo marginale, quasi come se fosse stato un contributo silenzioso e secondario. E invece non fu così. Le donne furono protagoniste. Furono forza, intelligenza, coraggio. Furono organizzazione clandestina, staffette, combattenti, punti di riferimento politici e morali. Furono presenza decisiva nella costruzione della libertà. E oggi ricordarle non basta. Oggi dobbiamo lavorare per rendere attuale il messaggio della loro lotta, del loro impegno, del loro esempio. Perché quelle donne parlano ancora a noi oggi. Parlano alle istituzioni che rappresentiamo e dobbiamo sentirne il peso della responsabilità. Parlano alla nostra coscienza democratica. E parlano soprattutto alle giovani generazioni. Parlano a ragazze e ragazzi che devono sapere che la libertà non è mai un’eredità passiva. È una conquista da custodire, da difendere, da rinnovare ogni giorno. E io credo che i giovani, oggi, abbiano già dimostrato di saper raccogliere questa eredità, di saper prendere parola quando sono in gioco i valori democratici del nostro Paese. Lo abbiamo visto in occasione del Referendum, quando tante ragazze e tanti ragazzi, insieme a tante donne, hanno dato un contributo importante e consapevole in difesa della nostra Costituzione. È il segno di una coscienza civile forte, capace di alimentare una domanda di partecipazione, di giustizia e di libertà. È la stessa coscienza civile che animava le donne della Resistenza, nella consapevolezza profonda che esistono principi e valori che non sono negoziabili. La libertà. La dignità della persona. La giustizia sociale. La democrazia costituzionale. La pace. Vorrei soffermarmi proprio su questo: la pace. Perché il 25 aprile ci parla anche di pace. Non di una pace astratta, ma di una pace esigente e concreta, che chiede ogni giorno cura e responsabilità. Quella che tanti manifestanti in questa piazza chiedono. Di una pace che nasce dal rifiuto della guerra, dalla condanna della violenza, dal riconoscimento dell’altro, dalla volontà di costruire rapporti fondati sul dialogo, sulla cooperazione, sul rispetto reciproco. La nostra Costituzione, nata dalla lotta di Liberazione, ripudia la guerra. La ripudia non come affermazione astratta, non come formula di principio. La ripudia perché porta impressa nella sua origine la memoria viva di ciò che la guerra è stata. Delle città distrutte. Delle famiglie spezzate. Delle vite cancellate. Dell’umanità ferita. La ripudia perché i padri e le madri costituenti avevano conosciuto sulla propria pelle dove possono condurre il militarismo, il nazionalismo aggressivo, la logica del nemico, la disumanizzazione dell’altro, cose che purtroppo vediamo ancora oggi. E sapevano che la pace non coincide semplicemente con la fine delle armi. Che non può esistere senza giustizia, senza diritti, senza uguaglianza. E che non può esistere laddove viene negata la dignità umana. E allora, in questo tempo inquieto, nel quale vediamo ancora popoli feriti dalla guerra, civili innocenti travolti dalla violenza, bambini costretti a conoscere il rumore delle bombe prima ancora del silenzio della serenità di cui hanno necessità, il 25 aprile ci richiama a scegliere la pace. Non una pace evocata dalle parole e dimenticata nei fatti, ma una pace da costruire ogni giorno, con pazienza e con coraggio; una pace che chiede responsabilità politica e morale, ascolto, dialogo, riconoscimento reciproco, e che non può mai separarsi dalla libertà, dalla giustizia e dalla dignità di ogni essere umano. La Lotta di Liberazione ci insegna che la convivenza deve essere fondata sui diritti e non sui privilegi, sul rispetto e non sulla sopraffazione. Perché dirsi antifascisti oggi, e chi rappresenta le istituzioni non può vergognarsi a dirsi antifascista, significa scegliere, ogni giorno, di stare dalla parte della nostra Costituzione. Significa respingere ogni riscrittura indulgente del fascismo. Significa contrastare l’odio, il razzismo, l’antisemitismo, il sessismo, ogni cultura della discriminazione e della gerarchia tra esseri umani. Significa difendere il valore del lavoro, della scuola pubblica, della sanità, dei diritti sociali. Significa riconoscere che la democrazia si indebolisce quando cresce l’indifferenza. Per questo sentiamo forte, in questi giorni, il richiamo di Papa Leone XIV, che con coraggio e fermezza continua a levare la sua voce contro la guerra e in difesa della pace. A lui va il nostro ringraziamento per la forza delle sue parole, per il suo instancabile appello al dialogo, alla fraternità, alla dignità di ogni popolo. E non possiamo restare indifferenti davanti ad affermazioni gravi e vergognose come quelle pronunciate dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, rivolte a chi con autorevolezza morale richiama il mondo al rispetto della vita umana e alla costruzione della pace. Ogni cittadino deve indignarsi per questo e non rimanere indifferente. E allora il 25 aprile ci consegna un compito. Non solo quello di custodire la memoria, ma quello di tradurla in una pratica quotidiana di cittadinanza. Nelle istituzioni. Nella scuola. Nel lavoro. Nelle relazioni sociali. Nel modo soprattutto in cui guardiamo in un momento come questo agli ultimi, ai più fragili, a chi rischia di restare indietro. La memoria della Resistenza non ci chiede nostalgia ma ci chiede fedeltà. Fedeltà a un’idea di Paese che ha scelto la libertà contro la dittatura, la Repubblica contro la monarchia, la Costituzione contro l’arbitrio, l’uguaglianza contro il privilegio, la pace contro la guerra. Firenze, città Medaglia d’Oro della Resistenza, questo lo sa bene. Lo sa nelle sue pietre, nelle sue lapidi, nei suoi nomi, nei suoi luoghi. Lo sa nella storia delle donne e degli uomini che qui hanno combattuto, sofferto, sperato. Lo sa nel dovere che abbiamo, ogni anno, di restituire verità e forza a quella storia. E allora oggi, da questa piazza, vogliamo dire con chiarezza che la Resistenza continua a essere la radice più profonda della nostra democrazia. Che l’antifascismo continua a essere il nome di una fedeltà alla Costituzione. Che la Pace continua a essere il nostro orizzonte. E che il protagonismo delle donne nella Liberazione, nel voto del 1946, nella nascita della Repubblica e nella scrittura della Carta è parte essenziale della nostra memoria nazionale. Senza quelle donne, l’Italia non sarebbe quella che è. Senza il loro coraggio, la nostra democrazia sarebbe nata più povera. Senza la loro voce, la Repubblica avrebbe avuto meno giustizia, meno profondità, meno futuro. E oggi voglio dire grazie a tutte le donne e a tutti gli uomini qui presenti e che tengono alti quei valori. A noi spetta essere all’altezza di quella eredità. Con la schiena dritta. Con rispetto per la verità storica. Con amore per la libertà. Con il coraggio di dire, anche oggi, da che parte stiamo. Dalla parte della Costituzione. Dalla parte della democrazia. Dalla parte della pace. Dalla parte dell’antifascismo. Viva Firenze, città della Resistenza. Viva il 25 aprile. Viva la Repubblica. Viva la Costituzione”.

 

 

 

 
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