Firenze Noir, Ghino di Tacco: gentiluomo nelle rapine, spietato nella vendetta
Generoso con gli studenti poveri, feroce con il giudice legato alle condanne della sua famiglia: le due facce del brigante di Radicofani raccontato da Dante e Boccaccio
domenica 18 ottobre 2026 16:08
Ai mercanti lasciava una parte del denaro, perché potessero continuare a lavorare. Agli studenti poveri, racconta un antico commentatore, regalava persino qualche moneta, invitandoli a studiare. Al giudice Benincasa da Laterina, invece, donò la morte.
Ghino di Tacco è passato alla storia come il “bandito gentiluomo”. Ma dietro quel soprannome rassicurante c’è anche un uomo capace di una vendetta mortale. Le due immagini convivono nei racconti che ci sono arrivati.
Ghino apparteneva alla nobile famiglia dei Cacciaconti, legata alla Fratta, in Valdichiana. Dopo la perdita dei possedimenti familiari e i conflitti con il potere senese, fu allontanato da Siena. A Radicofani sottrasse il castello al controllo pontificio e ne fece la base delle proprie scorrerie.
Sotto la rocca passava la Via Francigena. Mercanti, pellegrini e viaggiatori diretti a Roma attraversavano quelle terre, e Ghino aveva trovato il posto giusto per intercettarli.
Benvenuto da Imola, commentatore trecentesco di Dante, lo descrive come un brigante che dosava le rapine secondo chi aveva davanti. A un mercante poteva prendere una parte dei soldi e restituire il resto, lasciandogli la possibilità di guadagnare ancora. Un ricco religioso poteva vedersi sottrarre la mula e ricevere in cambio un cavallo malandato. Uno studente senza mezzi, invece, poteva uscirne con le tasche più piene.
Ma c’era un uomo con cui Ghino aveva un conto aperto: Benincasa da Laterina, il giudice legato alle condanne contro la sua famiglia.
La vendetta lo raggiunse a Roma. Secondo il racconto dell’Anonimo Fiorentino, Ghino entrò nel palazzo dove il magistrato amministrava la giustizia, camuffato sotto un mantello da pellegrino. Si confuse tra i presenti, arrivò accanto a Benincasa ed estrasse un coltello. Lo uccise, poi impugnò una spada e riuscì a uscire senza farsi fermare.
I dettagli dell’agguato ci arrivano attraverso quel commentatore medievale. Dante ricorda invece l’uccisione nel sesto canto del Purgatorio, dove incontra Benincasa tra le anime morte di morte violenta.
Con Boccaccio, il bandito cambia volto ancora una volta.
Nella seconda novella della decima giornata del Decameron, Ghino cattura l’abate di Cluny, diretto alle acque del Senese per curare il mal di stomaco. Il religioso si ritrova prigioniero e sottoposto a una dieta tutt’altro che abbondante. Ma proprio quel trattamento finisce per farlo stare meglio.
Il sequestro prende così una piega inattesa. Ghino libera l’abate, che rimane tanto colpito dalla sua condotta da intercedere per lui presso papa Bonifacio VIII, favorendo la riconciliazione del brigante con la Chiesa.
Anche sulla sua fine i racconti divergono. Boccaccio lo lascia lontano dalle rapine, nell’amicizia dell’abate e della Chiesa. Benvenuto da Imola riferisce invece una morte violenta: assalito mentre si trovava inerme a Sinalunga, avrebbe combattuto fino all’ultimo.
La verità su Ghino è sepolta nella storia, rimane solo una leggenda con una doppia faccia.
