Bundu e Salvetti tornati a Firenze: 'Fucili puntati e taser, tortura psicologica e fisica'
Il racconto dei due fiorentini liberati dopo essere stati intercettati a bordo della Flotilla
venerdì 22 maggio 2026 15:52
Sono tornati oggi a Firenze Antonella Bundu e Dario Salvetti, i due fiorentini che erano stati intercettati a bordo della Global Sumud Flotilla dalle forze militari israeliane.
In una conferenza stampa all’ex GKN a Campi Bisenzio, Antonella Bundu ha raccontato alcuni passaggi della prigionia: “Ci ha fatto sorridere il fatto che tutti, anche Netanyahu, Meloni, Trump, si sono indignati per le scene che sono state fatte vedere con il ministro israeliano. Ma sono i fatti più “tranquilli” che ci sono accaduti. La tortura fisica e psicologica che ci hanno riservato è il vero punto. Siamo stati 24 ore in navi da guerra vere, con centinaia di soldati da guerra che rastrellavano il Mediterraneo. I capi degli stati li hanno trovati accettabili? Io li sentivo parlare con le cancellerie europee”.
Continua Bundu: “Non è tanto l’immagine di gente che si piega, ma che tutto questo passi come accettabile. Hanno usato due volte il taser al collo di una persona. Sulla nave da guerra mi hanno subito chiesto di togliermi i pantaloni, le ragazze che avevano le maglie della Palestina sono rimaste a torso nudo. Poi ci hanno portato in questi container, uno con il fucile ci puntava con il mirino facendo finta di spararci. Sembrava un carro bestiame dove dormivamo la notte, uno sopra l’altro. Eravamo bagnati, faceva freddo. Poi ci hanno dato pane e acqua. Sparavano al di fuori, a noi hanno sparato con un cannone del liquido giallo per farci andare nei container. Poi ci riprendevano, erano fieri di questo. Ci urlavano sempre. Ci hanno interrogato, ci volevano far firmare un foglio che diceva che eravamo entrati illegalmente. Ma credo che nessuno di noi abbia firmato. In prigione la tortura era anche quella di non farci dormire. A una delle nostre compagne hanno dato una tuta da bambini perché era magra. Sì, hanno delle tute da prigione da bambini in quel posto lì”.
Intervenuto anche Dario Salvetti, del Collettivo di fabbrica ex GKN: “Grazie a tutte le resistenze. C’è stata anche una manifestazione a Gaza per la Flotilla. I primi fatti gravissimi sono stati i sequestri in area internazionali. Le teste di cuoio dei reparti speciali ci hanno puntato i mitra, senza dirci quello che avevamo fatto. I nostri protocolli in caso di sequestro prevedeva di mettersi con i giubbotti salvagente, mani in alto, passaporti per far vedere di non opporre resistenza. Dal nostro sequestro sono seguite 48 ore di violenza generalizzate, di tortura psicologica e fisica. Siamo tra i fortunati che non hanno riportato danni permanenti di tipo fisico e psicologico. Quello che abbiamo vissuto è stato nulla rispetto a quello che i palestinesi vivono ogni giorno, nel privilegio di sapere che prima o poi saremmo usciti.
Dopo che siamo stati sequestrati, siamo stati portati su una nave in mezzo al Mediterraneo dove non avevamo più passaporti ma dei numeri, dove non sapevamo bene i nostri diritti né di cosa eravamo accusati. Ho visto le immagini che sono passate, hanno fatto scalpore i fatti più leggeri. Ma noi in ogni spostamento eravamo con le mani dietro la testa, testa abbassata, non si riusciva a camminare. Abbiamo visto sparare sulle persone, con proiettili a pallini”.
“Il sequestro è avvenuto in acque internazionali, questo deve essere chiarissimo e non normalizzato - aggiungono in una nota congiunta Bundu e Salvetti -. Un gommone si è avvicinato alle imbarcazioni: ci sono state teste di cuoio che hanno sparato sulle barche con persone a bordo. Ci hanno sequestrato i passaporti. Da quel momento eravamo numeri dentro una nave con quattro container. Tecnicamente non possiamo che ritenerlo un campo di concentramento in miniatura e galleggiante.
La foto che ha fatto il giro del mondo — i sequestrati inginocchiati nel porto — era in realtà uno dei momenti più leggeri. Quello che non è stato ripreso: il tunnel di sbarco dove i militari israeliani ti malmenavano al passaggio. Il cannone ad acqua con liquido giallo. Gli spari di bossoli con pallini. La gabbia di ferro 1,5 per 1,5 metri in cui ci spostavano. I due minuti concessi per parlare con un avvocato, dopo aver rifiutato di firmare che eravamo "entrati illegalmente". Il taser al collo appena sbarcata dalla nave prigione, coricata sul pontile mentre canticchiavano canzoncine. Lo spogliarsi di pantaloni, scarpe e maglietta”.
E ancora: “Ci riprendevano perché erano fieri di quello che facevano, godevano nella sofferenza. Quello che abbiamo vissuto non è nulla rispetto a quello che succede al popolo palestinese ogni giorno. Noi avevamo il privilegio di sapere che, prima o poi, sarebbe finita. Loro no. Fa quasi sorridere, allora, che ci si stia tanto indignando per Ben-Gvir, che è uno schermo che consente di non parlare del problema reale. Il sistema che abbiamo incontrato era oliato, collaudato e con amplissimo consenso. C'era una macchina amministrativa enorme e la sensazione che nessuno stesse solo "eseguendo gli ordini": sembravano tutti convinti. Il Mediterraneo è il mare più controllato al mondo — avevamo droni di stati e agenzie internazionali sopra la testa ogni giorno. Una nave cargo-lager non può non essere vista. Non è stata non vista: è stata ignorata. L'unica risposta è il boicottaggio complessivo. L'economia del regime sionista regge per il cinquanta per cento su sicurezza, esercito e sostegno internazionale. Con un boicottaggio non durerebbe. L'immagine di una barca a vela contro una nave militare è il simbolo di questo viaggio — e dice tutto sul rapporto di forze che vogliamo ribaltare. Proseguiamo la mobilitazione fino a quando non saranno interrotti i rapporti militari, commerciali e accademici con lo Stato sionista di Israele. Fino a quando non saranno liberi tutti i prigionieri politici palestinesi, in Italia e nei territori occupati. Fino a quando l'occupazione non avrà fine".
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