Los Angeles, un anno dopo l’incendio: ‘Il dopo è la parte più lunga’

La testimonianza di Paolo Odierna, pratese e fondatore di Visionarium

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sabato 24 gennaio 2026 10:29

A un anno dall’incendio che ha colpito Los Angeles, il tempo non ha fatto quello che spesso ci si aspetta: non ha chiuso tutto. Paolo Odierna, imprenditore pratese che vive negli Stati Uniti, non è stato colpito direttamente dalle fiamme. Ma ha vissuto da vicino ciò che è venuto dopo. Ed è da lì che inizia il suo racconto.

 

‘A un anno di distanza, per me quell’incendio non è davvero passato. Nei giorni successivi sembrava che tutto dovesse ripartire in fretta: parole di conforto, promesse, attenzione. Poi, col tempo, è arrivato il silenzio’.

 

Alcune cose sono state ricostruite, altre no. La frattura, racconta, è stata evidente fin da subito: ‘Chi aveva risorse o assicurazioni è riuscito ad andare avanti, molti altri sono rimasti bloccati, schiacciati dalla burocrazia e dall’attesa’.

 

Tornando oggi in alcune zone colpite, gli spazi bruciati sono ancora lì, identici a un anno fa. ‘L’incendio è durato poco, ma vivere le conseguenze ogni giorno è un’altra cosa. Per molti, me compreso, quella ferita è ancora aperta’.

 

A rendere visibile questo ‘dopo’, nel quotidiano, è stato anche il lavoro. Odierna è tra i fondatori di Visionarium, uno spazio culturale e un ristorante che negli anni è diventato un punto di riferimento per una comunità eterogenea, fatta di residenti, artisti, lavoratori, persone in transito. Durante e dopo l’emergenza, quel luogo ha finito per assorbire tensioni, domande, bisogno di confronto. ‘In momenti così capisci subito se uno spazio è solo un’attività o se è qualcosa di più. Le persone entravano non solo per quello che facciamo, ma per parlare, per capire, per non sentirsi sole’.

 

Nel corso dell’anno successivo all’incendio, racconta, Visionarium ha dovuto adattarsi, rallentare, riorganizzarsi. Ma soprattutto ha cambiato funzione: ‘È diventato ancora di più un luogo di ascolto. Non programmato, non dichiarato. Semplicemente necessario’.

 

Col passare dei mesi, spiega Odierna, l’attenzione pubblica si è spostata su un’altra emergenza, finendo per coprire tutto il resto. ‘Da mesi di questo incendio non si parla quasi più. Qui l’attenzione è stata inghiottita da un altro delirio: il modo in cui viene gestita oggi l’immigrazione. È come se il Paese avesse perso la bussola. Quello che voi vivete da lontano è nulla rispetto a ciò che sta accadendo qui. Le persone hanno paura, paura vera. Paura di uscire di casa, di esporsi, di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il clima è pesante, teso, continuo. E così il dolore dell’incendio, che non è mai stato davvero elaborato, è stato semplicemente coperto da un’altra emergenza. Qui non si è passati oltre: si è solo sommato trauma su trauma. E quando una società smette di fermarsi ad ascoltare il dolore, è allora che diventa davvero fragile’.

 

C’è poi un dettaglio che Odierna racconta con cautela, ma che dice molto del suo approccio. Le foto e i video scattati il giorno dopo l’incendio non sono mai stati pubblicati. ‘Me li aveva chiesti un giornale, ma non me la sono sentita. Mi sembrava di mancare di rispetto a quelle persone che vagavano dentro gli spazi delle loro case inesistenti, camminando in corridoi che non c’erano più’.

 

Una scelta che oggi rivendica senza retorica. Perché anche questo, forse, fa parte del ‘dopo’: decidere cosa raccontare e cosa no, e prendersi il tempo per farlo. ‘Quando una società smette di fermarsi ad ascoltare il dolore’, conclude, ‘è allora che diventa davvero fragile’.

 

 

 
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