Firenze da Lontano, la storia di Andrea Turchi

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15/03/2016

Da Firenze a Parigi. Tra esperienze, difficoltà e i giorni degli attentati

26 anni, da Firenze a Milano, poi nella grande Parigi. A contatto con la realtà francese anche nei giorni degli attentati del novembre scorso. E' la storia di Andrea Turchi, per la quarta puntata della nostra rubrica Firenze da lontano.

 

“Dopo la laurea in Lettere Moderne, a Firenze, ho abbandonato l'originario progetto dell'insegnamento e mi sono buttato nello studio dell'editoria. Oltre a questo scopo però volevo anche cambiare un po' aria, e passare dalla piccola e bella Firenze ad una dimensione più ampia. Per questo sono andato a Milano, e poi in erasmus in Francia. Quando mi si è presentata l'occasione non me la sono fatta sfuggire”, ci racconta Andrea.

 

Dalla Romola, quartiere di San Casciano, a Parigi. Un bel salto. “Sono andato a Parigi con una mia collega di studi di Milano, e devo dire che l'impatto è stato anomalo. Vivevamo in una casa piccola e graziosa vicino Montmartre, che con il tempo aveva perso pezzi. Lì molte case sono costruite in legno, e la nostra abitazione aveva i pavimenti in discesa. In più nella facoltà di Saint Cloud eravamo gli unici studenti erasmus, mentre gli altri 100 studenti erano tutti francesi. Questo vuol dire buttarsi nella mischia: affogare o imparare a nuotare. Nonostante il livello B2 di lingua che ci era stato obbligatorio per partire, ti assicuro che parlare francese fluentemente in classe era tutta un'altra cosa”.

 

I primi passi con la lingua francese, il primo contatto con la città. Ma l'inserimento non sempre automatico, a differenza di Firenze e dell'Italia: “Non è stato facile socializzare in quel contesto. I parigini sono noti per la loro non eccessiva espansività, goliardia e spirito di gruppo, con persone provenienti da fuori Parigi o fuori Francia. Mi sono trovato meglio, devo dire, con altri ragazzi che venivano da altre parti della Francia. Una cosa che mi è mancata di Firenze è stato lo spirito di "fare banda", ovvero far gruppo, condividere esperienze. Per chi come me viene da Firenze, dove con gli amici l'offesa simpatica è un complimento, e la presa in giro una religione, il senso di contenimento e la politesse parigina è dura da comprendere e digerire. Se dovessi, ad esperienza finita, mettere sulla bilancia tutto direi che questa mancanza di confidenza in Francia mi ha dato molto noia e mi è pesata; dall'altra parte però ho avuto insegnanti incredibili, capaci di stimolarmi e valorizzarmi come non mai”.

 

E riguardo alla cultura? Alla preparazione universitaria? Ecco le differenze Italia-Francia secondo l'esperienza di Andrea: “I piani di studio sono iper-segmentati in mini corsi, noi italiani abbiamo una cultura generale più ampia: questo avvantaggia molto una capacità di astrazione, di creazione elastica e basata su fondamenta solide, visto che da noi ci sono da studiare libri su libri per ogni esame, mentre a Parigi, per 6 esami, ho comprato in tutto un solo libro... Quindi non sputerei sulla preparazione italiana soprattutto nell'ambito umanistico. Però, pensando al tema della fuga di cervelli, devo dire che l'università italiana resta ottima per le basi, ma poi, in un mondo che vuole la specializzazione in ogni settore, le università straniere sembrano essere un passo avanti a noi e rispondere meglio a questa domanda con un'università più pratica, concreta e dinamica”.

 

Infine, un passo indietro agli attentati dello scorso novembre, in una Parigi fortemente colpita dalle esplosioni terroristiche. Andrea, in quei giorni, era proprio in città per i propri studi. “Ricordo che quella sera ero fuori casa e stavo accompagnando una mia amica a casa sua. Eravamo in un quartiere dove spesso succedono risse o cose del genere perció spesso c'erano ambulanze, polizia ecc... Ma quella sera una volante arrivò a tutta velocità mentre noi due eravamo in prossimità delle strisce pedonali, un poliziotto ci fermò e ci fece salire per poi ripartire veloce. Nel giro di poco passarono di lì molte ambulanze e volanti. Parlando con la mia amica io ipotizzai una mega rissa o altro del genere e lei, quasi per assurdo, disse che era un attentato. Il tempo di riaccompagnarla a casa e tornare alla mia, tutti avevano saputo e le strade si erano svuotate. La mia amica, non volendo restare sola a casa, mi chiese di venirla a prendere per portarla da me e ricordo chiaramente che, diffusasi la voce della fuga dei terroristi in vita, un passante che consegnava pizze a domicilio col motorino passando ci disse di tornare a casa e restarci, di chiudersi. Abbiamo passato il weekend segregati in casa e nonostante il mondo fosse sconvolto, ricordo che la mattina dopo, affacciandomi dalla finestra di camera, vidi un gruppo di persone di mezza età andare a correre. Parigi ha reagito bene e le persone si sono scrollate di dosso il dolore e la paura. O forse è quello che hanno fatto ben notare. Per quanto mi riguarda io non sono rimasto molto sconvolto; per un po' ho preferito il bus alla Metro ma eccetto questo la mia vita è continuata come per tutto il resto della città. Parigi ha visto l'aumento di soldati nelle stazioni ma nemmeno in maniera così consistente e imponente come può immaginare chi sta fuori dalla Francia”.

 

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Marco Pecorini
 

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